In questa sezione vi sono note di predicazioni fatte nella Chiesa Evangelica di S.Lazzaro del 2006
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INDICE:
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Matteo 6: 5-14; Luca 11:1-4
INTRODUZIONE
Queste riflessioni sul Padre Nostro, nascono dalla necessità di riprendere alcuni temi di carattere catechistico che sono necessari alla formazione della chiesa. Il Padre Nostro, in particolare, può aiutarci a migliorare la nostra comprensione sul ruolo e sulla pratica della preghiera.
1. il contesto (dove si colloca la preghiera?)
a. Il contesto della preghiera (5-8)
Matteo (a differenza di Luca) colloca il Padre nostro nel Sermone sul monte nel contesto dell’insegnamento sulla preghiera dove Gesù critica due tipi di preghiere:
Queste due modi di pregare sono inutili, dannosi e creano solo pericolose illusioni perché non tengono conto di due elementi: Dio vede (6) e Dio sa (8).
Ma allora, siccome Dio vede e sa, perché pregare? Gesù non scoraggia la preghiera ma indica ai suoi discepoli come pregare in modo gradito a Dio. Dice a proposito Calvino: “Il credente non prega per avvertire Dio di qualcosa che Gli sia sfuggito nè sollecitarlo come Egli fosse in ritardo ma piuttosto per imparare essi stessi a cercarlo e ad esercitare la loro fiducia in lui meditando sulle sue promesse, a consolarsi mettendo su di lui le loro sollecitudini e per testimoniare tanto a se stessi quanto agli altri che essi sperano e attendono ogni bene da lui solamente”(Istituzione pag. 232).
b. il contesto del perdono (14-15)
Il Padre nostro è collocato tra l’insegnamento a pregare in modo corretto e l’insegnamento a perdonare in modo corretto e lega insieme la preghiera a Dio con il perdono al fratello. Così l’aspetto verticale della misericordia di Dio, si collega a quello orizzontale della misericordia per il fratello. “Non c’è vera preghiera senza vero perdono e non può esistere vero perdono se non sulla base di una vera preghiera”. (Mt. 5:23-24; Mar. 11:25-26))
2. la struttura
Ci sono alcuni elementi che caratterizzano la struttura di questa preghiera.
3. il prologo (ovvero chi pregare)
a. Padre
La preghiera è dunque indirizzata a Dio e a lui soltanto. Il termine padre qui utilizzato, l’aramaico “abba” (caro papà) è una locuzione derivata dal linguaggio infantile e domestico (abbà e immà = papà e mamma). Un termine mai usato nella letteratura liturgica giudaica. Gesù lo usa qui, nel Getzemane e poi la chiesa lo adotterà in tutto il NT. Gesù utilizza un nome che esprime una nuova rivelazione del carattere di Dio. Dio come papà. Così al nome impronunciabile (YHWH) che incute timore, mistero, paura, lontananza ed estraneità si associa e si armonizza un nome che evoca immediatezza, vicinanza, accessibilità, famigliarità, affetto e relazione. In questo cambiamento di nome (tipico di Dio cambiare nome in relazione ad un cambiamento del tipo di relazione!) è la rivelazione di Dio fatta da Gesù. Questo è ciò che annuncia l’Evangelo: c’è un altro nome di Dio, non quello che ne rivela la lontananza ma quello che lo avvicina a noi. Ma non tutti possono chiamare Dio “Papà”. E’ un diritto riservato ad alcuni soltanto. (Giov. 1:11-13). Solo accogliendo Cristo noi acquisiamo questo diritto in virtù dell’adozione!
Ma per quelli che ne hanno diritto è bene chiamare Dio “papà”. In particolare:
Sembra che il ruolo del padre sia quello più toccato e rovinato dallo scompenso prodotto dal peccato. Quanti padri inesistenti, evanescenti, irresponsabili, lontani, duri, tiranni. Quante ferite nei figli che talvolta ancora sanguinano e fanno soffrire. A tutti coloro che sono orfani di padre o che avrebbero voluto un padre diverso, Dio si presenta così: “eccomi qui, sono io il tuo vero Padre. Io ti ho adottato e tu sei mio”!
b. nostro
Dio non è Padre solo per me, io non sono figlio unico. Gesù, l’unico che lo era, ha rinunciato a questo diritto per dare a me, a noi tutti il privilegio di condividere con lui la paternità di Dio. Dio è anche padre dei miei fratelli. Un Padre divino, santo, perfetto ma anche dei fratelli umani, peccatori e pieni di difetti. Eppure per tutti, Padre nostro. Gesù ci invita a non separare e a non opporre il Dio del cielo al fratello in terra, a non privilegiare il rapporto con Dio a scapito di quello con il fratello. Devo imparare a pregare e a vivere questo “noi”. Di qui l’importanza della preghiera ecclesiale e della comunione ecclesiale.
c. che sei nei cieli
Questa frase: “il padre che è nei cieli o celeste”, compare 8 volte nel sermone sulla montagna (5:16,45,48; 6:1,9,14; 7:11,21). Il concetto di cielo non indica tanto una lontananza ma una diversità. D’altronde sappiamo che anche “i cieli dei cieli”(2 Cr.6:18) non possono contenere Dio. Il cielo dunque non indica tanto il luogo della dimora spaziale di Dio, ma quello della sua alterità, della sua trascendenza, della differenza qualitativa di realtà. Cielo e terra non sono due realtà lontane ma semplicemente due realtà diverse. Con questa espressione Gesù vuole rimette in equilibrio la nostra relazione con Dio. E dunque, quando diciamo “Padre” che indica la sua prossimità, dobbiamo anche aggiungere “che sei nei cieli” che indica la sua trascendenza. L’amore che evoca il primo termine deve essere coniugato con il timore che suscita il secondo. Non a caso l’Ecclesiaste, parlando di come dobbiamo accostarci a Dio ci ricorda che “Dio è in cielo e tu sulla terra” (Ecc. 5:2) Dunque, pregando Dio così, noi evitiamo che la paternità di Dio lo faccia diventare nostro pari e che il nostro orgoglio lo faccia scendere a nostro servitore per strumentalizzarne i servigi.
conclusioni
Riappropriamoci del Padre nostro, imparando a collocarlo nel suo giusto contesto. Non lasciamolo alla sola recitazione meccanica dei cattolici o alle tradizioni protestanti. Se è corretto contestare l’abuso non è lecito evitarne l’uso. In particolare nella nostra preghiera, ricordiamoci bene che cosa vuol dire. “Padre nostro che sei nei cieli”
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